Decreto del fare e prassi del non fare

Si discute molto in questi giorni del decreto legge c.d. del fare.
Se ne discute in termini di procedure parlamentari per la conversione in legge e per il suo contenuto. Sarà sufficiente, ci si chiede, a dare quella “scossa” di cui il nostro sistema ha bisogno per ripartire? Si possono fare varie considerazioni in proposito. Ma c’è un tema che è preliminare anche rispetto alla bontà del contenuto. Si sta, infatti, propagando un atteggiamento preoccupante nella nostra burocrazia, a tutti i livelli: che sia più conveniente “non fare”, perché in questo modo si evitano responsabilità per sé e per i propri eredi.

In effetti a “fare” si rischia molto nel nostro Paese. Se va bene, ci sono le critiche malevole e spesso preconcette di chi non fa, ma critica quelli che fanno. I critici hanno buon gioco, non rischiano nulla e le loro argomentazioni raramente sono oggetto di serrato esame nel contenuto. Esse valgono per il momento in cui sono effettuate e non c’è un riscontro successivo che sia utile a vagliarne l’attendibilità e la credibilità per il futuro. Si diceva in passato, ironicamente, che per uno che lavora ce ne sono tre che guardano e criticano, ma non fanno. Il rischio è che questa proporzione, per vari motivi, mera prudenza, calcolo opportunistico, aspettative di carriera e così via, aumenti. Tanto lo stipendio resta lo stesso, anche le retribuzioni legate ai risultati in nome del mito della privatizzazione del pubblico impiego costituiscono una mera finzione e i rischi del non fare sono assai modesti e, anche quando si verificano, mai sono così pericolosi.
E allora si assiste a questo fenomeno della fuga dalle responsabilità. Meglio non fare, rinviare e se proprio si deve fare, meglio dire di no. Sarà comprensibile, ma è dannosissimo per il sistema. Si assiste dovunque al giro del “cerino acceso”, allo sport del buttare sempre e immediatamente la palla nel campo altrui. Tra autorità politiche e dirigenza c’è il rimpallo tra ciò che rientra nelle “direttive politiche” e ciò che rientra nelle competenze manageriali. E anche il danno erariale derivante dal non fare e molto più problematico da perseguire. Sono cadute da tempo, e francamente non più riproducibili, tutele da attacchi dall’esterno, come la “garanzia amministrativa” dei pubblici dipendenti, una sorta di vaglio preventivo della procedibilità di azioni nei loro confronti; hanno dato cattiva prova e alla fine sono risultati una semplice autodifesa in contrasto coi principi costituzionali. Però è necessario che tutti prendiamo coscienza del rischio insito nel non fare, perché molti diritti fondamentali come singolo e come collettività (articolo 2 della Costituzione) dipendono dal fare, dall’esercizio delle funzioni, non dalla loro paralisi di comodo. Una rivoluzione culturale del nostro Paese passerebbe anche da qui, dalla scelta di tanti giovani che si impegnino a fare, e con ciò a cambiare il mondo, e non solo e più comodamente a criticare.

 

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